venerdì 26 marzo 2021

NEOMECENATISMO PER L'ASTUTO OMERO (Cos'è? Leggete il seguito)

 

martedì 7 luglio 2026

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martedì 13 ottobre 2020

Ma che freddo fa 2

 Ma che freddo fa 2

Pubblichiamo la petizione sul clima curata dal prof. Uberto Crescenti, Professore Ordinario di Geologia Applicata, in collaborazione con scienziati di fama internazionale, che smentisce le tesi degli (pseudo)ambientalisti di tutto il mondo. In fondo all'elenco dei firmatari ci sono altre considerazioni aggiuntive.

Al Presidente della Repubblica

Al Presidente del Senato

Al Presidente della Camera dei Deputati

Al Presidente del Consiglio

PETIZIONE SUL RISCALDAMENTO GLOBALE ANTROPICO

I sottoscritti, cittadini e uomini di scienza, rivolgono un caloroso invito ai responsabili politici affinché siano adottate politiche di protezione dell’ambiente coerenti con le conoscenze scientifiche. In particolare, è urgente combattere l’inquinamento ove esso si presenti, secondo le indicazioni della scienza migliore. A tale proposito è deplorevole il ritardo con cui viene utilizzato il patrimonio di conoscenze messe a disposizione dal mondo della ricerca e destinate alla riduzione delle emissioni antropiche inquinanti diffusamente presenti nei sistemi ambientali sia continentali che marini.

Bisogna però essere consapevoli che l’anidride carbonica di per sé non è un agente inquinante. Al contrario essa è indispensabile per la vita sul nostro pianeta.

Negli ultimi decenni si è diffusa una tesi secondo la quale il riscaldamento della superficie terrestre di circa 0.9°C osservato a partire dal 1850 sarebbe anomalo e causato esclusivamente dalle attività antropiche, in particolare dalle immissioni in atmosfera di CO2 proveniente dall’utilizzo dei combustibili fossili. Questa è la tesi del riscaldamento globale antropico promossa dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazione Unite, le cui conseguenze sarebbero modificazioni ambientali così gravi da paventare enormi danni in un imminente futuro, a meno che drastiche e costose misure di mitigazione non vengano immediatamente adottate. A tale proposito, numerose nazioni del mondo hanno aderito a programmi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e sono pressate, anche da una martellante propaganda, ad adottare programmi sempre più esigenti dalla cui attuazione, che comporta pesanti oneri sulle economie dei singoli Stati aderenti, dipenderebbe il controllo del clima e, quindi, la “salvezza” del pianeta.

L’origine antropica del riscaldamento globale è però una congettura non dimostrata, dedotta solo da alcuni modelli climatici, cioè complessi programmi al computer, chiamati General Circulation Models. Al contrario, la letteratura scientifica ha messo sempre più in evidenza l’esistenza di una variabilità climatica naturale che i modelli non sono in grado di riprodurre. Tale variabilità naturale spiega una parte consistente del riscaldamento globale osservato dal 1850. La responsabilità antropica del cambiamento climatico osservato nell’ultimo secolo è quindi ingiustificatamente esagerata e le previsioni catastrofiche non sono realistiche.

Il clima è il sistema più complesso presente sul nostro pianeta, per cui occorre affrontarlo con metodi adeguati e coerenti al suo livello di complessità. I modelli di simulazione climatica non riproducono la variabilità naturale osservata del clima e, in modo particolare, non ricostruiscono i periodi caldi degli ultimi 10.000 anni. Questi si sono ripetuti ogni mille anni circa e includono il ben noto Periodo Caldo Medioevale, il Periodo Caldo Romano, ed in genere ampi periodi caldi durante l’Ottimo dell’Olocene. Questi periodi del passato sono stati anche più caldi del periodo presente, nonostante la concentrazione di CO2 fosse più bassa dell’attuale, mentre sono correlati ai cicli millenari dell’attività solare. Questi effetti non sono riprodotti dai modelli.

Va ricordato che il riscaldamento osservato dal 1900 ad oggi è in realtà iniziato nel 1700, cioè al minimo della Piccola Era Glaciale, il periodo più freddo degli ultimi 10.000 anni (corrispondente a quel minimo millenario di attività solare che gli astrofisici chiamano Minimo Solare di Maunder). Da allora a oggi l’attività solare, seguendo il suo ciclo millenario, è aumentata riscaldando la superficie terrestre. Inoltre, i modelli falliscono nel riprodurre le note oscillazioni climatiche di circa 60 anni. Queste sono state responsabili, ad esempio, di un periodo di riscaldamento (1850-1880) seguito da un periodo di raffreddamento (1880-1910), da un riscaldamento (1910-40), ancora da un raffreddamento (1940-70) e da un nuovo periodo di riscaldamento (1970-2000) simile a quello osservato 60 anni prima. Gli anni successivi (2000-2019) hanno visto non l’aumento previsto dai modelli di circa 0.2°C per decennio, ma una sostanziale stabilità climatica che è stata sporadicamente interrotta dalle rapide oscillazioni naturali dell’oceano Pacifico equatoriale, conosciute come l’El Nino Southern Oscillations, come quella che ha indotto il riscaldamento momentaneo tra il 2015 e il 2016.

Gli organi d’informazione affermano anche che gli eventi estremi, come ad esempio uragani e cicloni, sono aumentati in modo preoccupante. Viceversa, questi eventi, come molti sistemi climatici, sono modulati dal suddetto ciclo di 60 anni. Se ad esempio si considerano i dati ufficiali dal 1880 riguardo i cicloni atlantici tropicali abbattutisi sul Nord America, in essi appare una forte oscillazione di 60 anni, correlata con l’oscillazione termica dell’Oceano Atlantico chiamata Atlantic Multidecadal Oscillation. I picchi osservati per decade sono tra loro compatibili negli anni 1880-90, 1940-50 e 1995-2005. Dal 2005 al 2015 il numero dei cicloni è diminuito seguendo appunto il suddetto ciclo. Quindi, nel periodo 1880-2015, tra numero di cicloni (che oscilla) e CO2 (che aumenta monotonicamente) non vi è alcuna correlazione.

Il sistema climatico non è ancora sufficientemente compreso. Anche se è vero che la CO2 è un gas serra, secondo lo stesso IPCC la sensibilità climatica ad un suo aumento nell’atmosfera è ancora estremamente incerta. Si stima che un raddoppio della concentrazione di CO2 atmosferica, dai circa 300 ppm preindustriali a 600 ppm, possa innalzare la temperatura media del pianeta da un minimo di 1°C fino a un massimo di 5°C. Questa incertezza è enorme. In ogni caso, molti studi recenti basati su dati sperimentali stimano che la sensibilità climatica alla CO2 sia notevolmente più bassa di quella stimata dai modelli IPCC.

Allora, è scientificamente non realistico attribuire all’uomo la responsabilità del riscaldamento osservato dal secolo passato ad oggi. Le previsioni allarmistiche avanzate, pertanto, non sono credibili, essendo esse fondate su modelli i cui risultati sono in contraddizione coi dati sperimentali. Tutte le evidenze suggeriscono che questi modelli sovrastimano il contributo antropico e sottostimano la variabilità climatica naturale, soprattutto quella indotta dal sole, dalla luna, e dalle oscillazioni oceaniche.

Infine, gli organi d’informazione diffondono il messaggio secondo cui, in ordine alla causa antropica dell’attuale cambiamento climatico, vi sarebbe un quasi unanime consenso tra gli scienziati e che quindi il dibattito scientifico sarebbe chiuso. Tuttavia, innanzitutto bisogna essere consapevoli che il metodo scientifico impone che siano i fatti, e non il numero di aderenti, che fanno di una congettura una teoria scientifica consolidata.

In ogni caso, lo stesso preteso consenso non sussiste. Infatti, c’è una notevole variabilità di opinioni tra gli specialisti – climatologi, meteorologi, geologi, geofisici, astrofisici – molti dei quali riconoscono un contributo naturale importante al riscaldamento globale osservato dal periodo preindustriale ed anche dal dopoguerra ad oggi. Ci sono state anche petizioni sottoscritte da migliaia di scienziati che hanno espresso dissenso con la congettura del riscaldamento globale antropico. Tra queste si ricordano quella promossa nel 2007 dal fisico F. Seitz, già presidente della National Academy of Sciences americana, e quella promossa dal Non-governmental International Panel on Climate Change (NIPCC) il cui rapporto del 2009 conclude che «La natura, non l’attività dell’Uomo governa il clima».

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Roma, 17 Giugno 2019

 

COMITATO PROMOTORE

Uberto Crescenti, Professore Emerito di Geologia Applicata, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara, già Magnifico Rettore e Presidente della Società Geologica Italiana.

Giuliano Panza, Professore di Sismologia, Università di Trieste, Accademico dei Lincei e dell’Accademia Nazionale delle Scienze, detta dei XL, Premio Internazionale 2018 dell’American Geophysical Union.

Alberto Prestininzi, Professore di Geologia Applicata, Università La Sapienza, Roma, già Scientific Editor in Chief della rivista internazionale IJEGE e Direttore del Centro di Ricerca Previsione e Controllo Rischi Geologici.

Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera, Università di Ferrara.

Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica, Università di Modena; Movimento Galileo 2001.

Mario Giaccio, Professore di Tecnologia ed Economia delle Fonti di Energia, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara, già Preside della Facoltà di Economia.

Enrico Miccadei, Professore di Geografia Fisica e Geomorfologia, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Nicola Scafetta, Professore di Fisica dell’Atmosfera e Oceanografia, Università Federico II, Napoli.

 

FIRMATARI

Renato Angelo Ricci, Professore Emerito di Fisica, Università di Padova, già Presidente della Società Italiana di Fisica e della Società Europea di Fisica; Movimento Galileo 2001.

Aurelio Misiti, Professore di Ingegneria Sanitaria-Ambientale, Univesità la Sapienza, Roma.

Antonio Brambati, Professore di Sedimentologia, Università di Trieste, Responsabile Progetto Paleoclima-mare del PNRA, già Presidente Commissione Nazionale di Oceanografia.

Cesare Barbieri, Professore Emerito di Astronomia, Università di Padova.

Sergio Bartalucci, Fisico, Presidente Associazione Scienziati e Tecnolgi per la Ricerca Italiana.

Antonio Bianchini, Professore di Astronomia, Università di Padova.

Paolo Bonifazi, già Direttore Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, Istituto Nazionale Astrofisica.

Francesca Bozzano, Professore di Geologia Applicata, Università Sapienza di Roma, Direttore del Centro di Ricerca CERI.

Marcello Buccolini, Professore di Geomorfologia, Università Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Paolo Budetta, Professore di Geologia Applicata, Università di Napoli.

Monia Calista, Ricercatore di Geologia Applicata, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Giovanni Carboni, Professore di Fisica, Università Tor Vergata, Roma; Movimento Galileo 2001.

Franco Casali, Professore di Fisica, Università di Bologna e Accademia delle Scienze di Bologna.

Giuliano Ceradelli, Ingegnere e climatologo, ALDAI.

Domenico Corradini, Professore di Geologia Storica, Università di Modena.

Fulvio Crisciani, Professore di Fluidodinamica Geofisica, Università di Trieste e Istituto Scienze Marine, Cnr, Trieste.

Carlo Esposito, Professore di Telerilevamento, Università La Sapienza, Roma.

Mario Floris, Professore di Telerilevamento, Università di Padova.

Gianni Fochi, Chimico, Scuola Normale Superiore di Pisa; giornalista scientifico.

Mario Gaeta, Professore di Vulcanologia, Università La Sapienza, Roma.

Giuseppe Gambolati, Fellow della American Geophysica Union, Professore di Metodi Numerici, Università di Padova.

Rinaldo Genevois, Professore di Geologia Applicata, Università di Padova.

Carlo Lombardi, Professore di Impianti nucleari, Politecnico di Milano.

Luigi Marino, Geologo, Centro Ricerca Previsione e Controllo Rischi Geologici, Università La Sapienza, Roma.

Salvatore Martino, Professore di Microzonazione sismica, Università La Sapienza, Roma.

Paolo Mazzanti, Professore di Interferometria satellitare, Università La Sapienza, Roma.

Adriano Mazzarella, Professore di Meteorologia e Climatologia, Università di Napoli.

Carlo Merli, Professore di Tecnologie Ambientali, Università La Sapienza, Roma.

Alberto Mirandola, Professore di Energetica Applicata e Presidente Dottorato di Ricerca in Energetica, Università di Padova.

Renzo Mosetti, Professore di Oceanografia, Università di Trieste, già Direttore del Dipartimento di Oceanografia, Istituto OGS, Trieste.

Daniela Novembre, Ricercatore in Georisorse Minerarie e Applicazioni Mineralogiche-petrografiche, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Sergio Ortolani, Professore di Astronomia e Astrofisica, Università di Padova.

Antonio Pasculli, Ricercatore di Geologia Applicata, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Ernesto Pedrocchi, Professore Emerito di Energetica, Politecnico di Milano.

Tommaso Piacentini, Professore di Geografia Fisica e Geomorfologia, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Guido Possa, Ingegnere nucleare, già Vice Ministro Miur.

Mario Luigi Rainone, Professore di Geologia Applicata, Università di Chieti-Pescara.

Francesca Quercia, Geologo, Dirigente di ricerca, Ispra.

Giancarlo Ruocco, Professore di Struttura della Materia, Università La Sapienza, Roma.

Sergio Rusi, Professore di Idrogeologia, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Massimo Salleolini, Professore di Idrogeologia Applicata e Idrologia Ambientale, Università di Siena.

Emanuele Scalcione, Responsabile Servizio Agrometeorologico Regionale Alsia, Basilicata.

Nicola Sciarra, Professore di Geologia Applicata, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Leonello Serva, Geologo, Direttore Servizi Geologici d’Italia; Movimento Galileo 2001.

Luigi Stedile, Geologo, Centro Ricerca Revisione e Controllo Rischi Geologici, Università La Sapienza, Roma.

Giorgio Trenta, Fisico e Medico, Presidente Emerito dell’Associazione Italiana di Radioprotezione Medica; Movimento Galileo 2001.

Gianluca Valenzise, Dirigente di Ricerca, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Roma.

Corrado Venturini, Professore di Geologia Strutturale, Università di Bologna.

Franco Zavatti, Ricercatore di Astronomia, Univesità di Bologna.

Achille Balduzzi, Geologo, Agip-Eni.

Claudio Borri, Professore di Scienze delle Costruzioni, Università di Firenze, Coordinatore del Dottorato Internazionale in Ingegneria Civile.

Pino Cippitelli, Geologo Agip-Eni.

Franco Di Cesare, Dirigente, Agip-Eni.

Serena Doria, Ricercatore di Probabilità e Statistica Matematica, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Enzo Siviero, Professore di Ponti, Università di Venezia, Rettore dell’Università e- Campus.

Pietro Agostini, Ingegnere, Associazione Scienziati e Tecnolgi per la Ricerca Italiana.

Donato Barone, Ingegnere.

Roberto Bonucchi, Insegnante.

Gianfranco Brignoli, Geologo.

Alessandro Chiaudani, Ph.D. agronomo, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Antonio Clemente, Ricercatore di Urbanistica, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Luigi Fressoia, Architetto urbanista, Perugia.

Sabino Gallo, Ingegnere nucleare.

Daniela Giannessi, Primo Ricercatore, Ipcf-Cnr, Pisa.

Roberto Grassi, Ingegnere, Amministratore G&G, Roma.

Alberto Lagi, Ingegnere, Presidente di Società Ripristino Impianti Complessi Danneggiati.

Luciano Lepori, Ricercatore Ipcf-Cnr, Pisa.

Roberto Madrigali, Meteorologo.

Ludovica Manusardi, Fisico nucleare e Giornalista scientifico, Ugis.

Maria Massullo, Tecnologa, Enea-Casaccia, Roma.

Enrico Matteoli, Primo Ricercatore, Ipcf-Cnr, Pisa.

Gabriella Mincione, Professore di Scienze e Tecniche di Medicina di Laboratorio, Università G. D’Annunzio, Chieti-Pescara.

Massimo Pallotta, Primo Tecnologo, Istituto Nazionale Fisica Nucleare.

Enzo Pennetta, Professore di Scienze naturali e divulgatore scientifico.

Nunzia Radatti, Chimico, Sogin.

Vincenzo Romanello, Ingegnere nucleare, Centro Ricerca, Rez, Repubblica Ceca.

Alberto Rota, Ingegnere, Ricercatore presso Cise e Enel.

Massimo Sepielli, Direttore di Ricerca, Enea, Roma.

Ugo Spezia, Ingegnere, Responsabile Sicurezza Industriale, Sogin; Movimento Galileo 2001.

Emilio Stefani, Professore di Patologia vegetale, Università di Modena.

Umberto Tirelli, Visiting Senior Scientist, Istituto Tumori d’Aviano; Movimento Galileo 2001.

Roberto Vacca, Ingegnere e scrittore scientifico.

 

La petizione risale al giugno 2019, e dopo pochi mesi è avvenuto un fatto impensabile: la colossale pandemia di Covid ha provocato il blocco di gran parte delle emissioni di CO2 del pianeta. Lo stop mondiale legato al Covid è stato irripetibile, superiore alle velleità di qualsiasi possibile trattato che facesse calare le emissioni entro la data x, è stato superiore persino ai desiderata di chi auspica una decrescita da ritorno a un mondo preindustriale. Per mesi si sono fermate o hanno estremamente rallentato le pestilenziali fabbriche cinesi, le auto sono rimaste parcheggiate in Europa e negli Stati Uniti, decine di migliaia di voli aerei sono stati cancellati in tutto il mondo.

La rivista scientifica Nature Climate Change nel 2020 ha misurato gli effetti della pandemia sulle emissioni e ha stimato un calo di un miliardo di tonnellate di CO2 rispetto all’anno precedente: altri studi a loro volta misurano gli effetti del calo della produzione umana sull'atmosfera e dimostrano come la concentrazione di CO2 (appunto l'anidride carbonica, il principale gas serra) risulta trascurabile a dir poco, anzi è praticamente invisibile. Secondo le misurazioni dell’osservatorio meteorologico di Mauna Loa alle Hawaii, che dal 1958 misura la concentrazione di anidride carbonica, il cambiamento non risulta neppure visibile rispetto a quello normalmente causato dalla flora e dalle foreste a seconda di come reagiscono ogni anno alle variazioni di temperatura e umidità. Ciò ha messo in evidenza quanto ancora poco si sappia sul clima, la sua evoluzione, le possibili influenze che su di esso hanno le attività umane e i fenomeni naturali, e anche quanta confusione ci sia sull'argomento sia a livello politico che giornalistico. Il lockdown ha fatto crollare l’inquinamento, è vero, ma la CO2 di per sé non è un inquinante.

Sembra incredibile che si debba perdere tempo per spiegare tutto quello che è già spiegato abbondantemente nei libri universitari. La trasformazione di CO2 in cellulosa e altre sostanze organiche stabili è DIECI volte più veloce della reazione contraria; nelle serre si pompa CO2 a concentrazioni di 10000 (DIECIMILA!) parti per milione, e in un giorno viene riportata alla concentrazione normale, che DIPENDE dalla temperatura. Quindi è IMPOSSIBILE che un aumento di UNA PARTE SU UN MILIONE IN UN ANNO (per esempio da 400 a 401) non possa essere tranquillamente assorbito da TUTTA la vegetazione mondiale.

Oscillazioni annuali (in rosso) e media (in nero) dell’anidride carbonica atmosferica.

scrive un fisico:
Perché siamo così sicuri che la CO2 che va accumulandosi sempre più in atmosfera sia di origine antropica e derivi dalle nostre combustioni fossili? Perché il carbonio di quelle molecole ha una precisa impronta digitale (fingerprint).
Si deve sapere, infatti, che la materia contenente carbonio ha quantità relative diverse di carbonio-12 “leggero” (12C), carbonio-13 “pesante” (13C) e carbonio-14 radioattivo (14C). I vegetali sono ricchi di 12C, perché il suo peso minore è più facilmente utilizzabile dalle piante durante la fotosintesi. Le emissioni vulcaniche sono ricche di 13C. Il rapporto tra 13C/12C nell'atmosfera e negli oceani è all'incirca lo stesso. Il 14C, poi, è radioattivo e dunque decade al passare del tempo. La materia organica giovane ha più 14C di quella più vecchia e i combustibili fossili (che sono materiale organico ad alta concentrazione di 12C, vecchio di milioni di anni) non presentano 14C misurabile.
Con l'aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera nell'ultimo secolo o anche più, il rapporto 13C/12C è diminuito (vedi figura), il che significa che la fonte dell'anidride carbonica extra deve essere stata arricchita di 12C “leggero”. Nel frattempo, la quantità relativa di 14C - carbonio radioattivo - è diminuita.
In sostanza, quindi, ciò che ha causato un aumento di CO2 in atmosfera deve essere una fonte di anidride carbonica che provenga da piante terrestri (perché sono impoverite di carbonio-13 “pesante”), che sia così vecchia che il carbonio-14 che conteneva un tempo sia decaduto a livelli non rilevabili (e che sia in grado di creare un impulso di anidride carbonica più grande e più rapido di qualsiasi altro che si sia verificato almeno negli ultimi milioni di anni). I vulcani non possono essere, perché deteminano CO2 ricca di carbonio-13. I mari più caldi neppure perché il rapporto 13C/12C è sostanzialmente lo stesso di quello dell'atmosfera. Solo i combustibili fossili soddisfano tutti questi criteri!
E QUI GLI RISPONDO:
dice: "I vegetali sono ricchi di 12C, perché il suo peso minore è più facilmente utilizzabile dalle piante durante la fotosintesi." Vero. Solo che poi i vegetali vanno in decomposizione, e quando la temperatura aumenta, aumenta anche la velocità di decomposizione, come sanno tutti coloro che hanno un frigorifero. E con la decomposizione si arricchisce l'atmosfera di CO2, che QUINDI DIVENTA PIù RICCA DI CARBONIO 12. E la QUANTITà DI CO2 DERIVANTE DALLA DECOMPOSIZIONE (sia di terra che di mare) è ENORMEMENTE SUPERIORE A QUELLA DERIVANTE DALLA COMBUSTIONE DI PETROLIO E CARBONE. Quindi non è la CO2 che fa aumentare la temperatura, ma è L'AUMENTO DI TEMPERATURA CHE FA AUMENTARE LA CO2 DELL'ATMOSFERA, COME è SEMPRE STATO DA QUANDO ESISTE LA VITA SUL NOSTRO PIANETA. I fisici non conoscono la biologia, l'ecologia, la biochimica, la paleontologia e naturalmente la climatologia, perché si ostinano a voler fare brutte figure?

per tornare alla pagina precedente con altri dati e spiegazioni   http://scienzaviaggi.blogspot.com/2012/12/ma-che-freddo-fa.html

sabato 14 maggio 2016

Quando il papà intervistò Nordahl (per primo)

La notizia del giorno è che Gonzalo Higuain ha battuto dopo 66 anni il record di reti detenuto da Gunnar Nordahl  https://it.wikipedia.org/wiki/Gunnar_Nordahl. Il campione svedese arrivò al Milan nel gennaio 1949. Nostro padre Guglielmo Mairani (lui si firmava con la i normale) era direttore all'Associated Press di Milano. Tutta la stampa italiana era informata che il calciatore sarebbe giunto in stazione a mezzogiorno con il treno da Amburgo. A quell'ora i giornalisti e i fotoreporter  erano accalcati per tempestarlo di domande e di foto appena sceso dal vagone letto. In quel momento incrociarono nostro padre che stava camminando tranquillamente sul marciapiede verso l'uscita. I colleghi, stupiti, lo apostrofarono: "Ma Mairani, dove va? Non viene a fare l'intervista?". "Chi, io? Ma l'ho già fatta! Sono partito stamattina alle 6 per Chiasso, arrivato alla frontiera sono salito sul treno del ritorno per Milano, ho chiesto al capotreno in quale cabina stava il giocatore svedese, e l'ho intervistato comodamente seduto per due ore..."

martedì 19 aprile 2016

TITO, un cucciolo di sei quintali

Scoperto il primo dinosauro sauropode italiano

 
SCOPERTO “TITO”,
PRIMO DINOSAURO SAUROPODE ITALIANO:
UN TITANOSAURO DI SEI METRI

Le ossa studiate al Museo di Storia Naturale di Milano

Un gruppo di paleontologi, coordinati da Cristiano Dal Sasso (Museo di Storia Naturale di Milano - Comune di Milano Cultura), illustra i risultati, pubblicati sulla rivista internazionale Cretaceous Research,dello studio condotto dopo la scoperta delle ossa fossili trovate su Monti Prenestini, nella provincia romana.
Queste ossa, seppur poche, risalgono a 112 milioni di anni fa e appartengono ad un sauropode, che rappresenta il primo dinosauro erbivoro quadrupede dal collo lungo scoperto in Italia, e il più antico rappresentante del gruppo dei Titanosauri in Europa meridionale.
La presenza in Italia centrale di un dinosauro medio-grande (quando morì, Tito era lungo almeno 6 metri, ma stava ancora crescendo) indica che nel Cretaceo inferiore la nostra paleo-penisola doveva formare una catena di piattaforme più ampie del previsto, che consentivano il passaggio di dinosauri e altri animali terrestri tra Africa ed Europa attraverso il Mare di Tetide, antenato del Mediterraneo. La scoperta dunque aggiunge dati paleogeografici importanti per la conoscenza della preistoria d’Italia.
Ad oggi, Tito è il quinto dinosauro scoperto in Italia, ed il terzo studiato al Museo di Storia Naturale di Milano, museo che così si conferma come centro di eccellenza per le ricerche sui dinosauri italiani.

martedì 27 ottobre 2015

BELLE E PERICOLOSE



LE PIANTE VELENOSE
di ALBERTO MAJRANI


Si sente spesso dire che quando una cosa è naturale non  può far  male, anzi che è senz'altro buona e fa bene... ma  sarà vero?  Mica  tanto:  infatti, la maggior  parte  dei  veleni conosciuti si ricava dal mondo naturale, dagli animali e  in particolar modo dalle piante. Si può senz'altro dire che sui diversi milioni di specie vegetali viventi sul nostro pianeta, solo poche migliaia sono commestibili per l'uomo, mentre le altre sono indigeste o decisamente tossiche. Se non fosse così,  si  potrebbero  mangiare le foglie  degli  alberi,  o l'erba  dei prati, e risolvere facilmente il problema  della fame  nel  mondo,  almeno fino a quando  la  crescita  della popolazione  umana non porterebbe alla completa  distruzione delle  risorse alimentari. Già, ma perché molte piante  sono velenose? A differenza degli animali, i vegetali non possono scappare: non volendo essere mangiati, cercano di difendersi come possono, per cui producono sistemi di difesa meccanici, come spine, gusci, cortecce dure e resistenti, oppure chimici,  come le sostanze tossiche. Spesso l'unica parte  commestibile di una pianta è il frutto, perché in questo modo  il vegetale  si  garantisce  il futuro  della  propria  specie: l'animale  mangia il frutto per intero per poi espellerne  i semi  duri  e indigesti, contribuendo così a  diffondere  la specie su di un'area più vasta. Attenzione, però, questo non vuol dire che tutti i frutti siano commestibili! Quello  che per  un dato animale può essere  tranquillamente   mangiato, può essere estremamente velenoso per un altro animale,  come pure  per l'uomo. Bisogna poi stare molto attenti, prima  di ingerire  qualcosa, a non commettere tragici errori:  piante di aspetto simili ma di specie diverse possono avere effetti completamente opposti; tanto per fare un esempio, è capitato che  dei bambini si siano gravemente avvelenati  confondendo le  pericolosissime  bacche nere dell'edera  con  i  gustosi mirtilli! Quindi,  bisogna avere l'assoluta certezza nell'identificare  una pianta prima di mettere qualcosa in  bocca; ed  occhio  a  quel che combinano  i fratellini o i loro amichetti! L'insidia  può  nascondersi ovunque, anche  nel  giardino  o nell'orto  di casa, e persino negli appartamenti  di  città. Per  esempio,  tutta la pianta della patata è  velenosa,  ad esclusione dei tuberi: ed anch'essi, prima di essere  consumati,  devono essere sbucciati e cotti; comuni piante  ornamentali, come la digitale, l'oleandro, il mughetto,  possono essere  mortali. Sono noti casi di persone che sono  rimaste avvelenate solo per avere inavvertitamente bevuto l'acqua in cui erano stati immersi certi fiori.
Per  quanto  riguarda i semi, è molto raro  che  essi  siano commestibili, proprio perché le piante vogliono evitare  che qualcuno  elimini i loro "figli". E' vero che noi mangiamo i fagioli,  il riso o la farina di grano, però possiamo  farlo solo  dopo averli sottoposti a cottura:  l'alta  temperatura può in taluni casi distruggere le sostanze tossiche. Diverso è  il caso di noci e nocciole, che sono commestibili,  anche se  pesanti  da digerire in dosi massicce; in  questo  caso, oltre  a proteggersi con un guscio durissimo, la  pianta  si affida ad animali come gli scoiattoli, che hanno l'abitudine di seppellire una parte dei semi per l'inverno: qualcuno  di essi  verrà  dimenticato e  potrà  germogliare  indisturbato sottoterra.
Finora abbiamo parlato dei pericoli maggiori,  rappresentati dall'ingestione di parti di piante, ma in molti casi bisogna evitare anche il semplice contatto con le mani: tutti abbiamo  sperimentato le sgradevoli sensazioni di  un  "incontro" con le ortiche, ma sono molti i vegetali che possono  provocare gravi irritazioni alla pelle. Il lattice bianco  contenuto  nelle foglie del fico e delle euforbie  può  provocare delle piccole ustioni, ma è meglio evitare anche di lavorare nell'orto senza usare i guanti da giardiniere; bisogna stare attenti  inoltre a non sfregarsi gli occhi e la  bocca  dopo aver maneggiato le piante, e lavarsi bene le mani. Il massimo  della  tossicità  è  rappresentata  probabilmente  dalla belladonna, che è chiamata così perché un tempo veniva usata come  cosmetico per schiarire la pelle, avvelenando a  lungo andare in modo mortale le donne che ne facevano uso.
"Ecco,  l'ho  sempre detto io che non mi va di  mangiare  le verdure!"-  dirà adesso qualcuno. In realtà  possiamo consumare  tranquillamente quello che compriamo  dal  nostro ortolano,  perché lì troviamo proprio quei vegetali  innocui per  gli  esseri umani, scelti e selezionati  da  secoli  di esperienza; anche se qualche sostanza tossica può essere rimasta in piccole dosi. Come pure conviene lavare bene le piante coltivate per liberarle da eventuali rimasugli dei trattamenti per difenderle  dagli attacchi di insetti, funghi e malattie; i quali possono a loro volta produrre tossine, e proprio questo è uno dei motivi per cui si cerca di combatterli. Più  prudenza va usata con le piante medicinali, che  devono essere preparate con tutte le necessarie  avvertenze  e  dosate nella giusta misura: non ci  si  improvvisa erboristi senza adeguati studi.
E  se  il guaio è già stato combinato, cioè se  qualcuno  ha ingerito una pianta tossica? In questo caso bisogna chiamare immediatamente  un  medico o un'ambulanza, e  rivolgersi  al centro  antiveleni  di un'ospedale conservando  parti  della pianta per consentirne l'identificazione e le cure opportune.

 Oleandri a Levanto (La Spezia) Chiesa di Sant'Andrea.

domenica 12 luglio 2015

Rafting, uno sport per tutti



Il Ticino è vicino... Slow Rafting nel Parco del Ticino, l’Amazzonia dietro casa



Anche in Italia, da qualche anno cresce in modo esponenziale la passione per il “Rafting”, sport che deve il proprio nome al termine inglese “raft”, che indica quel particolare gommone inaffondabile che normalmente si utilizza per le discese fluviali. Parliamo di uno sport le cui variabili, di adrenalina, ma anche di rischio, dipendono dal corso d’acqua che si intende affrontare. Nella maggior parte dei fiumi, italiani e internazionali, fare rafting significa sicuramente bagnarsi dalla testa ai piedi, ma purtroppo, non raramente, anche venire sbalzati fuori dal gommone con tutti i rischi conseguenti. Ma non è sempre così. In ogni parte del mondo esistono fiumi più “tranquilli”, quelli che in gergo tecnico vengono classificati di “I° grado o classe 1”, come il maestoso e placido Ticino, immerso nell’omonimo parco naturale, istituito nel 1974.

Fare rafting sul Ticino, significa, potersi godere l’emozione adrenalinica, comunque presente, di una navigazione fluviale attiva, ma senza il fastidio di uscirne bagnati fradici, né tantomeno il pericolo di cadere in acqua e farsi male.
Non a caso l’associazione sportiva che lo propone, denominata “AqQua”, ha coniato per quest’esperienza unica in Italia il neologismo “Slow Rafting”.
“Abbiamo scelto di definirlo in questo modo – racconta Alberto Vincenzi, presidente e coordinatore tecnico di AqQua – “proprio per trasmettere la particolarità dell’esperienza che proponiamo. Una discesa slow e rilassante, in un contesto incontaminato di natura mozzafiato e puro silenzio. Volatili di rara bellezza che attraversano il maestoso corso d’acqua ticinese, isolotti disabitati, nei quale fare una sosta per un bagno rinfrescante o per uno spuntino e variazioni affascinanti nella navigazione, che alternano tratti di ampio respiro con atmosfere “amazzoniche” a tunnel acquatici interamente coperti dal verde variegato della vegetazione circostante”.
L’associazione AqQua è ospitata all’interno della sede della Centrale Idroelettrica “Ludovico il Moro”, splendido edificio in stile Liberty costruito agli inizi del ‘900. Al suo interno le turbine attualmente in produzione e quelle originarie ristrutturate. La centrale è visitabile gratuitamente, previa prenotazione.

I percorsi

Il Ticino è un fiume navigabile per 110 km dal Lago Maggiore sino alla sua confluenza nel Po’, dopo Pavia. I percorsi proposti da AqQua si snodano da Magenta a Vigevano, oppure da Bereguardo, presso il ponte delle Barche, fino a Pavia. Il primo percorso transita attraverso uno dei tratti più incontaminati del fiume, lontano da strade rumori e costruzioni. Il fiume si dirama in infiniti canali e non permette la navigazione con mezzi a motore di grossa portata, garantendo silenzio e intimità con la natura. Per questo tratto la partenza è prevista dalla base di Vigevano.
Per il secondo tratto l’ambiente naturale rimane intatto nella parte iniziale per poi inserirsi nel contesto storico quando si oltrepassa il Lido di Pavia, la seconda base nautica di AqQua, istituita per i tragitti del basso Ticino. In questo percorso, meno “wild”, la navigazione permette di godere, dall’acqua, la vista della cupola del Duomo di Pavia, passando attraverso lo storico Ponte Coperto, “salutati” dalla Statua della Lavandaia per poi attraversare tutto Borgo Ticino dove si conclude il tragitto. La difficoltà del fiume resta sempre sul I° grado ovvero, da classificazione della FIRAFT (la federazione italiana rafting), facile.

Giornata o weekend “Into the wild”

Un’ intera giornata, o addirittura un weekend sul fiume, alla scoperta delle lanche, della flora e della fauna del Parco con la pausa pranzo, o la cena e pernottamento in tenda, su un’isola deserta da sogno, nella quale potersi abbandonare di fronte a un panorama “wild” senza soluzione di continuità, immersi nella natura incontaminata del Parco del Ticino.
Una giornata, o un weekend, scanditi dal ritmo della navigazione, toccando gli angoli più incantevoli del Ticino. Fiume che regala da sempre oro e sassi bianchi, legna, pesci in abbondanza, racconti e storia. Fiume maestoso e affascinante che nutre risaie e rogge irradiando vita intorno a sé. Un viaggio sulle sue acque, ma anche sulle strade e nella memoria di un territorio ad esso intimamente legato. Fiume sul quale, con un po’ di fortuna, si possono incontrare ancora oggi i cercatori d’oro, gli ultimi eredi e “custodi” dei segreti, tramandati da generazioni, di quest’affascinante tradizione.


Come

Per prenotare un’esperienza di rafting sul Ticino, o in alternativa, di kayak/canoa canadese, si può scrivere a info@raftingsulticino.it  o telefonare al numero 349 5560078.

L’abbigliamento è “libero”, purché dia la possibilità di muoversi comodamente. AqQua prevede ad ogni aspetto inerente la sicurezza, fornendo pagaie, caschetti e ausili al galleggiamento.

Dove

Base nautica di Vigevano presso la storica centrale idroelettrica “Ludovico il Moro” in Via T. Edison 4, Vigevano. Base nautica di Pavia presso il Lido di Pavia in strada del Canarazzo, Pavia.
Da MILANO: tangenziale ovest uscita “Nuova Vigevanese” in direzione Abbiategrasso. Superare Abbiategrasso in direzione Vigevano, passare il ponte sul Ticino e al primo semaforo dopo il ponte svoltare a destra. Seguire indicazioni Centrale ENEL e Parco Ideale.

Costi: per un’esperienza di rafting a partire da € 20 per i ragazzi ed € 25 per gli adulti. Per un’esperienza di kayak/canoa canadese a partire da € 24 per i ragazzi ed € 30 per gli adulti.

Informazioni al pubblico: info@raftingsulticino.it – Tel. 349 5560078 www.raftingsulticino.it

Informazioni alla stampa: Passaparola - Tel. 02 95380286 – 328 7321253 – info@passaparolarp.it